lunedì 23 dicembre 2013

Youth

Vorrei raccontare tutta la storia dall’inizio. Non riesco a scrivere le parole ‘disordini alimentari’, non sono mai riuscita a pronunciare le parole ‘bulimia – anoressia’.  Eppure ci sono dentro da 10 anni: ho letto tutto quello che è stato pubblicato a riguardo. Conosco a memoria sintomi, effetti, diagnosi, le storie nei libroni di psichiatria cercati in biblioteca.
Sono sempre stata sovrappeso. Anche da bambina, di poco, quei tre / cinque chili . E ne ero pienamente cosciente, già a 4 anni io volevo mettermi a dieta: a sei anni la mia mente mi vedeva obesa.
Sovrappeso nella mia famiglia lo siamo tutti.  Più di soprappeso. Grassi i miei genitori, grassa mia sorella, gli zii, le cugine. Grassi con il sogno di diventare magri.
I miei ricordi d’infanzia, i primi anni 80. Ricordo che mia mamma e mia sorella vivevano di slim fast: una polverina che come il Nesquick si mischiava al latte. Si sorbivano quella zuppetta simile a gesso liquido. E non calavano di un etto, si lamentavano di continuo.Io mangiavo pasta rigorosamente in bianco, senza olio, senza burro, senza sugo: non per imposizione, anzi cercavano in tutti i modi di convincermi ad accettare almeno un po’ di passata di pomodoro.
In un cassetto in soggiorno c’erano decine di diete ritagliate dai giornali, fotocopiate: mamma e mia sorella  le provavano tutte, a dieta insieme, una sacra alleanza. A tavola io e mio padre avevamo un menù, loro due un altro. Mia sorella, 10 anni più di me, in piena crisi adolescenziale, arrivò al punto di chiedere un ricovero e la rifiutarono, non raggiungeva l’obesità vera e propria.
Mi è sempre piaciuto mangiare, uno dei pochi piaceri che mi erano concessi. I miei genitori risparmiavano su tutto ma la dispensa era sempre ben fornita. Cibo come premio, come rito, come consolazione. Cibo nei momenti di festa, cibo nei momenti più bui, cibo nei momenti di noia.
Ricordo in seconda media, un gruppo di medici era arrivato apposta per pesare e misurare l’altezza di tutti gli alunni: prima i maschi, poi le femmine. In canottiera, calze e mutande a fiorellini io e le mie compagne radunate in una saletta della biblioteca siamo state pesate. Tutte oscillavano  tra 42 e 45 kg, io pesavo 49. Lo schifo, l’orrore. E se quei chili che mi rendevano diversa dalle altre erano solo 4 o 5, poi negli anni sono diventati 10.
Arrabbiata con me stessa, ogni tanto provavo una dieta: la andavo a pescare dal famoso cassetto del soggiorno. Sceglievo quella che apportava meno calorie e che non prevedeva le verdure che odiavo di più.  Mia mamma si opponeva: non sei grassa, devi ancora crescere. Poi mi lasciava fare, sapeva che già al secondo giorno avrei buttato tutto all’aria. Nonostante la dieta, lei mi riempiva il piatto con tutt’altro, se osavo lamentarmi erano urla di mio padre. Mangia e taci, non sei grassa, devi crescere. Poi finivo per cedere alla Nutella, al cioccolato, ai salumi, ai biscotti, al pane.  D’altra parte, lei stessa non era capace di portare avanti una dieta, nemmeno mia sorella.
Mia mamma continuava a vedermi perfetta mentre la realtà era ben diversa. La mia infelicità era doppia: scontenta di me, non potevo nemmeno cambiare la situazione. Finivo per cercare consolazione nello stesso cibo che causava tutta la mia tristezza.
Nel primo biennio delle superiori gli insegnanti suggerirono ai miei genitori che io avessi crisi depressive: una cosa inaccettabile. Non potevo essere una figlia grassa e depressa, la mamma rifiuta categoricamente. Dopo i miei primi timidi tentativi di richiesta d’aiuto, la richiesta di una dieta lo era di certo, abbandono. Chiudo fuori il mondo che non mi piace, me ne costruisco uno mio. Ribelle, divento tutto l’opposto delle aspettative altrui. A 15 anni inizio a suonare la batteria, voglio uscire fino a tardi la sera, vesto male e alla mia maniera. Avevo gettato le basi per diventare quella che sono oggi.
Ieri pensavo, le cose sarebbero andate diversamente se fossi stata capita? Se a 16 anni mia madre mi avesse accontentata e portata da una dietologa, se avessi avuto un aiuto valido e serio. Se avessi perso i 10 chili di troppo che avevo allora, ora non avrei il desiderio di pesarne 25 di meno.

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